La schiavitù moderna e il ruolo del privato

20.01.2018

Alzi la mano chi alla domanda “La schiavitù è stata abolita per sempre?” risponderebbe di sì. In questo breve pezzo voglio raccontarvi perché, invece, questa efferata violazione dei diritti fondamentali dell’uomo non sia stata eradicata e di come, cambiando modus operandi, persista in tempi moderni, arrivando a toccare la nostra vita di tutti i giorni. Parleremo di “schiavitù moderna”.

Il termine distingue la forma “nuova” di sfruttamento dalla schiavitù intesa in senso tradizionale come tratta, vendita e possesso legalizzato di esseri umani, pratica oggi non più permessa. La schiavitù moderna opera attraverso un sistema complesso di false promesse, indebitamento e violenza imposti su persone che diventano – e restano – vittime intrappolate in situazioni senza via di uscita.

Il gruppo di ricerca “Alliance 8.7” ha stimato che nel 2016 ben 40.3 milioni tra uomini, donne e bambini sono stati schiavizzati. Questo numero include vittime dello sfruttamento della prostituzione, di condizioni di lavoro illegale e degradante, e di pratiche di matrimonio forzato. Il 71% delle vittime è rappresentato da donne e ragazze.

Nel caso della prostituzione forzata, le ragazze, spesso desiderose di aiutare economicamente la propria famiglia, o facilmente influenzabili, sono adescate da trafficanti (uomini, ma anche donne) che le convincono, con promesse di vita agiata e un lavoro ben pagato in una grande città, a intraprendere un viaggio che finirà invece con la loro vendita in un postribolo. Fino a che la vittima in questione non acconsente a ubbidire, subisce violenza fisica e psicologica, e minacce di ritorsione verso i familiari.

Lo sfruttamento lavorativo, di cui sono vittime frequentemente i migranti economici da Paesi in via di sviluppo, inizia spesso con delle fees molto onerose imposte da agenzie di reclutamento – formali o informali – per coprire i costi, di documenti, visti e offerte di un lavoro ben pagato in un Paese più prospero. Le vittime s’indebitano per pagare queste somme dietro promessa che lo stipendio nel nuovo Paese sarà alto e permetterà di saldare il debito in breve tempo. Una volta a destinazione, le regole del gioco cambiano: le vittime sono costrette a lavorare in condizioni degradanti, senza sosta e senza alcun corrispettivo, creando una spirale dove non hanno via d’uscita perché psicologicamente “piegate”, senza denaro per rientrare a casa e fortemente indebitate.

Questi sono solo due esempi di un fenomeno dilagante che accade in ogni angolo del mondo: come in India, dove ragazze nepalesi vengono quotidianamente adescate, nel settore ittico in Thailandia, nelle fabbriche manifatturiere in Cina, nel settore elettronico in Malesia, nel campo delle costruzioni in Qatar, nella raccolta del pomodoro in Italia, in fattorie nel Regno Unito. Nessun Paese, sviluppato o in via di sviluppo, ne è esente. Molti dei prodotti che compriamo e usiamo ogni giorno possono essere stati, a un certo punto della loro filiera, lavorati da una persona ridotta in schiavitù.

Questo crimine è un business da ben 150 miliardi di dollari americani di profitto annui (dati ILO). È il terzo crimine più remunerativo, dopo il traffico di droga e di merce contraffatta (dati UNODOC). Globalmente, il mondo sta aiutando solo lo 0,2% delle vittime. Questo dato scioccante è dovuto al fatto che – tradizionalmente – il problema della tratta di esseri umani e del conseguente sfruttamento è stato affrontato dal settore pubblico – governi, ONG, Nazioni Unite. Tuttavia, se questo fenomeno è cosi dilagante in situazioni legate a filiere produttive, e se i profitti sono cosi alti, il settore privato è un cruciale alleato in questa battaglia.
La missione del Mekong Club è di facilitare ed ispirare il settore privato in questa direzione. Spesso l’approccio del “name and shame”, unito a campagne di ONG che gridano al boicottaggio di certi brand come unico strumento di pressione, ha l’effetto di interrompere un dialogo fra pubblico e privato che invece deve rimanere aperto in un’ottica di scambio e collaborazione. Il Mekong Club lavora con aziende del settore bancario, manifatturiero, del retail e del settore turistico per elaborare strategie ed iniziative che possano colpire questo crimine alla radice. Le aziende riconoscono che lavorare su questi temi sia necessario da un punto di vista di mitigazione del rischio, per una questione di profilo e anche per obblighi di compliance legati a recenti legislazioni in materia di schiavitù moderna. Incoraggiando le imprese ad essere più socialmente responsabili, non solo spianiamo la strada a pratiche di business più etiche e sostenibili, ma facciamo in modo che l’esperienza e le risorse delle imprese vengano utilizzate per mettere in atto piani correttivi che possono impattare per il meglio la vita di milioni di persone.

Silvia Mera, alumna LUISS e attualmente direttrice del Mekong Club di Hong Kong

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