Il futuro e le sfide della mobilità per Massimo Nordio, AD Volkswagen Italia

1.03.2018

Massimo Nordio, laureato in Economia e Commercio alla LUISS nel luglio 1983, è oggi Amministratore Delegato Volkswagen Italia. Quando era uno studente universitario, quale strada professionale pensava di intraprendere?
Ai miei tempi il corso di laurea in economia durava 4 anni. Nel primo biennio ero nel totale buio circa le mie scelte future. Mi ero iscritto ad economia e commercio pensando che fosse la facoltà ideale per svolgere la professione di giornalista. Pensavo che, se anche questo progetto fosse fallito, questa facoltà mi avrebbe garantito possibilità di lavoro. Al terzo anno, come San Paolo sulla via di Damasco, ebbi un’illuminazione: partecipando, in ateneo, ad un seminario organizzato da Procter & Gamble, scoprii il marketing e in particolare la comunicazione. Da quel momento il mio obiettivo divenne quello di fare il pubblicitario, cosa che poi effettivamente si è verificata. Entrai in Saatchi & Saatchi addirittura prima di laurearmi.

Che cosa le ha lasciato l’esperienza vissuta in LUISS come studente? Come è stata, come l’ha vissuta e quale valore aggiunto ritiene le abbia dato?
Molti contatti con colleghi e professori che ho avuto l’opportunità di conoscere. Nel corso degli anni, anche per motivi di lavoro, ho ritrovato e instaurato relazioni professionali e amicali anche con colleghi che ai tempi dell’università non frequentavo. Inoltre iscrivermi nel ’76 alla Pro Deo, oggi LUISS, per me significava entrare in un’università di qualità. Gli anni ’70 erano quelli della contestazione, degli esami politici, e l’università statale nel mio immaginario non mi avrebbe consentito di studiare adeguatamente.
Infine, il principale valore aggiunto del nostro ateneo ritengo sia stato il fatto di avermi consentito di trovare lavoro. In particolare Claudio Guarini, professore di marketing, mi segnalò che la Saatchi & Saatchi stava facendo delle selezioni. Così cominciò la mia avventura da pubblicitario.

Fin dai suoi primi passi nel mondo del lavoro, ha sempre avuto a che fare con il settore dei trasporti. In un mondo sempre più aperto e connesso, come si affronta il tema della mobilità? Quali sono i principali ostacoli? Di fronte a quale scenario ci troveremo fra 10 anni?
Sono circa 30 anni che ho a che fare con la mobilità e il settore industriale dell’automobile. È un mondo che sta attraversando il periodo di maggiore cambiamento degli ultimi 50 anni, legato alla nuova forma che io riassumo con l’acronimo M.E.C.C.A. – mobilità elettrica condivisa connessa ed autonoma. Il passaggio sarà però graduale.
Tra 10 anni avremo uno scenario non molto diverso da quello di oggi: ci troveremo con più auto elettriche, connesse, a guida autonoma, a mobilità condivisa. Si tratta di un cambiamento di tale portata che avremo bisogno di tempo per adeguarci. Basta considerare che oggi su 35 milioni di auto in circolazione, 11 milioni sono Euro zero, quindi non hanno ancora una marmitta catalitica! L’elettrico non rappresenterà ancora un’opzione di massa in quanto presenta dei vincoli legati al costo di acquisto più alto, alla limitata autonomia e ai tempi lunghi di ricarica che ancora non consentono la sostituzione delle automobili tradizionali. Quindi anche se avessimo più colonnine di ricarica elettrica, andrebbe un po’ meglio, ma queste tre problematiche non sarebbero superabili. La mancanza di colonnine elettriche diffuse sono un falso problema. Il vero problema è costituito dall’autonomia e dai tempi di ricarica.

Ritiene che l’ambiente “automotive” sia prettamente maschile? Quanto e in che modo il mondo femminile è entrato in questo ambiente?
Sicuramente rispetto ad altri settori, il mondo dell’auto era ed è molto sbilanciato. Ho notato questa differenza quando negli anni ’90 dall’ambito pubblicitario, dove la percentuale di donne in posizioni manageriali era molto elevata, passai in Ford dove la situazione era completamente diversa. Oggi le cose sono molte cambiate e stanno evolvendo rapidamente. Nella mia azienda la percentuale di presenza femminile è molto alta sia in termini assoluti che a livello manageriale, e continuerà a crescere. Il valore del collaboratore da noi non è legato al genere ma alla sostanza.

Cosa pensa della certificazione di pari opportunità, il bollino che indica ai consumatori quali aziende trattano uomini e donne con equità?
Dover ricorrere a un certificato di equità è deprimente, anche se comprendo l’iniziativa e ritengo sia giusto intervenire per garantire pari opportunità. Nella nostra azienda promuoviamo politiche di genere anche attraverso il monitoraggio del clima aziendale con la consapevolezza che la possibilità di crescita sia svincolata dal genere.

Qual è l’aspetto del suo lavoro che preferisce?
Oggi svolgo un lavoro molto diverso da quello che facevo per esempio in Toyota, dove ero in prima linea, più squisitamente commerciale, nel quale mi sentivo completamente a mio agio. Attualmente ho un ruolo più da regista, dietro le quinte, che mi piace molto e che mi consente di sviluppare la qualità più che la quantità. Una delle mie occupazioni principali è quella di costruire team forti, senza intervenire nella loro gestione operativa.

Se potesse cambiare vita per un giorno, chi vorrebbe essere/quale ruolo vorrebbe ricoprire?
Vorrei essere Ennio Morricone, per due motivi. Prima di tutto perché vorrei essere un musicista: la musica è la mia grande passione. In sencodo luogo, perché ritengo che Morricone abbia scritto musiche indimenticabili e ineguagliabili che sono entrate nella vita di tutti lasciando in ciascuno splendide emozioni e sensazioni indelebili.

Come immagina il futuro? Quali sono le evoluzioni in atto e le rivoluzioni che i giovani oggi dovrebbero portare avanti?
Bisogna essere capaci di vedere con occhi moderni tutto ciò che ci circonda, non ancorandosi alla visione della propria generazione, che significherebbe non comprendere, non gestire, non accettare ciò che avviene. Una delle maggiori potenzialità dell’essere umano risiede nella capacità di adattamento. Prendere atto dei cambiamenti interpretandoli con gli occhi dei tempi che si vivono significa adattarsi con grande disinvoltura. La digitalizzazione del mondo sembra avere capacità devastanti sulle relazioni interpersonali. In realtà il guardare ai benefici che la rete ha apportato, senza fermarsi a pensare che prima ne facevamo a meno, ci consente di adattarci e sfruttare le potenzialità del cambiamento a nostro vantaggio. La rivoluzione a mio avviso risiede nel prendere atto dei cambiamenti uniformandosi nel più breve tempo possibile.

Il suo motto?
Ne ho tantissimi, sono nel mio DNA di pubblicitario! Non risparmiarsi mai. Essere disponibili. Dare il meglio di sé. Concedere all’azienda e al business dell’azienda il massimo delle proprie capacità.

Chiara Rinaldi, giornalista Camera dei Deputati

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