Siamo a Roma e ci godiamo la città.
Siamo laureati e cerchiamo di andare avanti sulle fondamenta di
quel punto di partenza.
Vogliamo bene alla nostra Università e dopo anni siamo ancora
qui a parteciparvi. Stiamo bene, con un corpo in grado di accompagnarci
dove la mente vuole andare. Siamo giovani quindi con molto futuro.
Colti e per questo si spera aperti. A volte simpatici. Alcuni belli.
Altri perfino di talento. C’è chi è in carriera
e chi ancora cerca la sua strada. Sicuramente siamo liberi, vogliamo
restarci e ci piace incontrarci. Accogliamo il progetto ALL di concentrarci
su un pensiero da condividere tra noi e con l’esterno. “Un
pensiero da condividere” significa un pensiero che noi stessi
possiamo scegliere, tra tutte le possibilità, tra tutte le
scintille del cervello e del cuore. Le proposte tante, il
dibattito animato e finalmente scegliamo un argomento: il Fallimento.
Sono i giorni del crollo delle borse di tutto il mondo, è
quell’ottobre 2008 che tanto farà parlare di sé
e forse questo ci ha influenzato, anzi mi auguro che questo ci abbia
influenzato, perché se così non fosse, se scegliere
di parlare di fallimento è un’idea del nostro profondo,
la situazione sarebbe molto più grave e il 1929 bis sarebbe
solo un sintomo di ben altra malattia, una malattia dell’anima.
Vengo riscossa dalla negatività dalla scelta e dalla forse
frettolosa interpretazione che ne avevo dato quando il gruppo si
ribella, si rianima e si chiede “ma il fallimento può
essere l’altra faccia della medaglia dell’opportunità?”
“Fallimento fa rima con fermento?”
Di nuovo le nostre menti lì pronte a elaborare, a cercare
di non disperare e lottare contro loro stesse, a ritrovare energia,
farsi abbattere è semplice, reagire meno, ma infondo parlare
di fallimento è non arrendersi a esso, perché parlare
di cancro significa aiutare la ricerca, perché ammettere
la malattia è il primo passo verso la guarigione.
Dunque in piedi, saldi e romantici come dovremmo essere sempre,
cerchiamo di capire chi siamo per immaginare come reagiremo al fallimento.
Guardiamoci da lontano
Proviamo ad analizzare cosa hanno passato
e da dove vengono gli adulti di oggi, quelli che il crollo delle
borse sta schiacciando al suolo e che saranno i ricostruttori feriti
del benessere, quelli che coi segni dell’ultima parte del
‘900 e il colpo del crollo di quest’autunno, troveranno
gli stimoli e le idee del rinascimento degli anni ‘20 del
2000.
Vediamo da dove vengono i famosi 30enni o giù di lì
di oggi, quelli il cui futuro è stato scambiato per un presente
senza preoccupazioni, quelli sui quali ricadono le conseguenze dell’opera
degli adulti di ieri, quelli che oggi assistono alla perdita di
ciò che ancora nemmeno hanno e che condurranno in salvo il
loro futuro, di cui, nonostante la forza del presente, sentono ancora
la nostalgia. Vediamo dove sono nati questi che dovrebbero avere
il mondo in mano, ma che in realtà lo contendono con lunghe
dita anziane che non mollano, questi che non potranno godere, ma
saranno i nuovi ricostruttori, anzi facciamo un gesto sensato prima
di ogni altro: ringraziamoli in anticipo.
Orbene queste persone colte, sane e speriamo libere, si
trovano ad affrontare un fallimento altrui, a doverlo non solo necessariamente
subire, ma risolvere, diciamo l’accettazione di un asse ereditario
con molte passività e senza beneficio di inventario.
Ora la palla passa a loro, continuare a imputare responsabilità
con atteggiamento violento e rancoroso non porta avanti, quindi
assodato il passaggio della patata bollente, tutti sappiamo cosa
hanno attraversato questi bambini degli anni ’80. Sappiamo
che hanno vissuto la maggior parte della loro vita nella seconda
Repubblica, che sono il cuore della rivoluzione tecnologica, che
viaggiano per il mondo da sempre, che non hanno una lira e per questo
non fanno bambini, che il mondo è vecchio perché i
vecchi lo gestiscono, la clonazione fa parte della vita per questi
giovani che da tutto il mondo hanno celebrato un uomo-Papa sia vivo
che morto, che nella penuria di punti di riferimento non hanno più
creduto nei ruoli, ma nelle persone, giovani che l’11settembre
2001 hanno capito che mai in nessun luogo del mondo si è
al sicuro, neanche in quello che sembra un grembo insfidabile. Stiamo
parlando di uomini e donne strapazzate da standard economici, fisici
e sociali da raggiungere, stiamo parlando di persone che sembra
qualcuno abbia voluto far smarrire di proposito e non c’è
Peter Pan per questi bambini sperduti, ma il crack finale che così
fragorosamente li riscuote. Ecco in profondità perché
l’Associazione Laureati Luiss si trova a parlare di fallimento,
perché ALL osserva il mondo e “fallimento” è
la parola che lampeggia al neon con la conseguenza di sentirsi persi
e per un attimo si perdono di vista anche le possibilità,
stanchi di avere la precarietà a pranzo e lo status sempiterno
di figli a cena, ci si perdeva prima di ricordare che “un
diploma in fallimento è una laurea per reagire” e qui
cito.
Nonostante la voglia di interpretare positivamente
questa scelta, mi resta un po’ di tristezza, di quella tristezza
che mi aveva immediatamente colpita, di quella mestizia e serietà
che non mi ha fatto dire “mal comune mezzo gaudio”,
ma mi ha fatto vacillare.
Ho pensato “poveri noi”,
ma senza vittimismo, poveri noi che non crediamo più, che
non abbiamo sogni, ecco dov’era per me il problema, nell’assenza
di sogni e della voglia di parlare di quelli. Nella
mancanza di gioia, di entusiasmo, nessuno che voglia urlare al cielo?
Nessuno che voglia parlare di ciò che sta costruendo? Nessuno
che ha visto un bel film e pensa solo a quello? Come non affliggersi!
Allora mi dico in una società in cui si cerca sempre un colpevole
e mai una soluzione, in cui si deresponsabilizza ogni comportamento
e in cui ci si guarda allo specchio per sapere come siamo, molliamo
gli ormeggi attaccati a questi falsi moli e magari navighiamo un
po’ alla deriva finchè la bussola non torni ad indicare
il nord, ma riprendiamoci la propositività, le canzoni, le
risate e le aspirazioni, perché se non siamo abbastanza per
partecipare alle sorti del mondo, allora non lo siamo neanche per
preoccuparci…o è come avere 18 anni che bastano per
andare in prigione, ma non per votare al senato? O si confida in
noi senza coltivarci? Da dove ci deriva questo senso di responsabilità,
questo sentirci parte di qualcosa che va male anche se ne siamo
esterni e lo subiamo, come mai siamo così seriamente assorbiti
dal negativismo? Spero sia per paura, magari inconscia, di non poter
realizzare i nostri desideri, lo spero, non lo so.
E ogni tanto se quest’Italia ci
sembra davvero un’Italietta, o se sempre quest’Italia
ci sembra davvero un’Italietta ripensiamo a Gaber che non
si sentiva italiano, ma per fortuna o purtroppo lo era e in buona
fede creiamo un motivo di contemporaneo orgoglio di esserlo.
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