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| Noi, generazione 3.0, abitanti di un piccolo modo
fatto di unione di spazio e tempo |
| “Un giorno voi sarete l’intellighenzia
della società” |
La frase risuonava, nel silenzio generale
e tra gli sguardi interrogativi o divertiti, in un’aula di un
liceo classico di Roma, qualche anno fa.
Ricordo che allora la cosa era fonte d’orgoglio - misto a scetticismo
- ma in ogni caso, per quanto volesse essere stimolo ad impegnarsi,
la frase portava la mente al futuro e a quello che avremmo voluto
e creato per noi e per gli altri.
Oggi di tempo ne è passato, non molto, ma in misura sufficiente
per rendersi conto che la nostra generazione, la generazione di Wikipedia
(trovo tutto, zero fatica, minimo indispensabile), la generazione
di suoneriaallultimamodasolouneuro, delle veline e dei tronisti, delle
chat, del “voi avete tutto, invece ai nostri tempi sì
che si facevano i sacrifici…”, del devo trovare lavoro,
dove si guadagna di più e chi conosco?, forse qualche problema
ce l’ha.
Nessuno ne ha mai scritto o si è mai fermato a riflettervi,
come categoria autonoma: la nostra generazione, i trentenni di oggi,
non sono storia, non hanno né nome né cognome, non hanno
rappresentanti conosciuti né sono causa o effetto di qualcosa:
semplicemente sono. Figli del benessere di un’Italia che oggi
non c’è più e che anzi proprio oggi mostra il
suo lato peggiore.
Ci sentiamo nuovi, obbligati a tracciare un percorso ignoto, privo
di regole perché nessuno ha mai affrontato quello che sta accadendo.
Siamo il prodotto di un modello economico che vacilla e sprofonda
dinanzi a ciò per cui non è preparato: il mondo unico,
veloce, interconnesso e sconsideratamente privo di regole e determinismo,
perfetta realizzazione di un battito d’ali di farfalla, che
genera altrove cataclismi imprevedibili e diffusi.
Mentre a livello globale tutto si unifica e cambia, la prima legge
della termodinamica appare sempre più quale legge universale:
nulla si crea, nulla si distrugge tutto si trasforma. Il mondo è
cambiato, noi siamo i primi a calcarne i passi, su un terreno ignoto
e con gli occhi bendati dalle mani dei nostri vecchi, aggrappati alle
proprie rendite di posizione, foriere di tanti errori nel passato,
che pesano come macigni sul presente.
Ci parlano di patto generazionale: e se non volessimo più essere
parte del patto? E se non volessimo pagare per le scelte fatte quando
i nostri genitori pensavano ancora a fare l’amore al drive-in?
Posso premere control+alt+canc e ricominciare?
Questo è il mondo che abbiamo creato, prego si accomodino lorsignori
(e in bocca al lupo!).
“Tutto sotto il cielo”
Dinanzi allo sconosciuto, preso atto che gli strumenti di ieri oggi
non valgono più, si cerca di trovare nuove vie, con nuovi mezzi,
non necessariamente tradizionali.
Negli ultimi anni si è assistito al proliferare di organizzazioni
per il governo globale: venuto meno il mondo bipolare e assistendo
al crollo di quello unipolare che ha governato gli ultimi 20 anni,
ci prepariamo all’era multipolare, in cui a dettar legge non
sono più coloro che possiedono le armi, ma coloro che possiedono
le risorse e sono capaci di influenzare il mondo: una sorta di soft-power,
realizzato con una mano che agita acqua, luce e cibo dinanzi a una
folla affamata.
Glocalizzazione: governo dei bisogni di comunità locali che
nuotano, indissolubilmente unite, in un unico lago, con l’acqua
agitata e che sale inesorabilmente di livello. Tutto si velocizza,
cancellando il concetto stesso di tempo. Oggi sembra che tutto sia
contemporaneo e che non vi sia più un luogo in cui le cose
accadono, e noi, i trentenni di oggi, tra i quali vi sono coloro che
terranno le redini del mondo di domani, dobbiamo imparare, e alla
svelta.
Regole. Questo è il punto.
Nessuno ha brevettato un manuale sulla vita, perché si dovrebbe
anche affiancarvi un sistema che lo aggiorni senza soluzione di continuità,
oggi per domani. La soluzione allora è muoversi per schemi
e modelli che, tuttavia, mutano inesorabilmente al mutare delle persone,
dei luoghi e del retroterra culturale.
Oggi però, anche se non esiste un modello universalmente riconosciuto
e condiviso di vita, esiste un forte collegamento tra i popoli, costituito
da internet e dai mezzi di comunicazione, che permette di condividere
- un po’ come amiamo condividere la nostra vita sui cd. social
networks - bisogni, desideri e informazioni, come mai era stato possibile
sino ad ora.
Oggi più che mai è possibile passare ad un sistema che
condivida il mondo anziché suddividerlo tra coloro che vi abitano,
mettendo a frutto le esperienze, e gli errori, compiuti nel tempo
e nello spazio, che alla nostra generazione appaiono indissolubilmente
uniti.
E’ necessario fondare un nuovo patto sociale, che riesca a conservare
e ridistribuire il disponibile e creare sostenibilità del sistema
nel lungo periodo.
Il concetto cinese di “tutto sotto il cielo”(1)
esprime perfettamente tale pensiero.
Mentre l’idea occidentale di “Stato” è fondata
sul conflitto, in un sistema concepito come “un-paesetra-nazioni”
sostanzialmente anarchico basato su rapporti di forza, ove tutto ciò
che è considerato diverso è visto come una potenziale
minaccia e va contrastato per garantire la propria sopravvivenza,
nel sistema “tutto sotto il cielo”, al contrario, la concezione
di base è quella di “un-paese-tra-nazioninel mondo”:
si sostituisce la negazione dell’altro con la cooperazione,
necessaria per la sopravvivenza stessa del sistema. Le differenze
non vengono negate quanto piuttosto integrate in un insieme che tende
all’armonia e al vantaggio reciproco.
| (1)
ZHAO Tingyang, “Tutto-sotto-il-cielo – Così
i cinesi vedono il mondo”, in LIMES n. 4/2008, p. 47 e
ss.. |
Il futuro pertanto probabilmente risiede in un modello che ricerchi
l’equilibrio globale, mediante la
cooperazione(2),
fondato sulla responsabilità sociale cui deve tendere ed essere
informato ogni comportamento umano.
(2)
Cfr. Amartya Sen, Ripensare l'economia globale all'insegna della
cooperazione , secondo cui “ciò di cui abbiamo
bisogno per realizzare lo sviluppo sostenibile è una
democrazia globale, intesa non come un unico Stato mondiale
– prospettiva impensabile nell'immediato futuro –
ma come un sistema che consenta il dialogo e la partecipazione
tra i popoli di tutto il mondo”
(http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Economia%20e%20Lavoro
risparmio-energetico/frontiere/ economia-globalecooperazione.
shtml?uuid=61aafc86-1deb-11de-b649-e38bead96d2b&DocRulesView=Libero&fromSearch). |
Fallito il sistema comunista che, sebbene di nobili propositi, appiattiva
e soffocava inesorabilmente l’individuo, e fallito quello del
capitalismo e dell’individualismo selvaggio, che hanno distrutto
risorse e creato stili di vita che imprigionano gli individui nei
loro stessi bisogni, occorre fermarsi e riflettere sugli errori del
passato.
Gli Stati Uniti, emblema del capitalismo, della crescita, del benessere,
in una parola del “sogno” di molti degli abitanti di questo
pianeta, sono oggi una società profondamente iniqua.
Come recentemente evidenziato da Paul Krugman(3),
le differenze tra i ricchi e i poveri sono progressivamente aumentate.
Sebbene in termini assoluti il paese abbia continuato a crescere,
la ricchezza accumulata si è via via concentrata nelle mani
di pochi individui che hanno progressivamente incrementato i propri
patrimoni a discapito di fasce di popolazione sempre più ampie,
che si trovano al di sotto della soglia del reddito minimo e che non
hanno accesso ai servizi pubblici di base tra cui, innanzitutto, l’assistenza
sanitaria.
| (3)
Paul Krugman, La coscienza di un liberal, 2007. |
Dinanzi ad una situazione come quella attuale, in cui il sistema è
prossimo al collasso in quanto le risorse per il suo sostentamento
sono sul punto di esaurirsi, occorre tornare all’origine di
tutto: i nostri bisogni, cosa ha per noi ha veramente importanza e,
soprattutto, quale mondo vogliamo.
Occorre allora capire cosa non è funzionato di ciò che
era stato programmato. Partendo dal principio del libero mercato che,
mediante la competizione tra gli individui, ha spinto l’economia
verso l’innovazione e la crescita, occorre controbilanciare
l’interesse personalistico dei singoli mediante meccanismi redistributivi,
o nuove forme d’impresa, che rimedino alle inefficienze del
sistema capitalistico.
Probabilmente non sono molti coloro che si fermano a riflettere sulla
circostanza che non esiste solo l’accumulazione del capitale
e il profitto quale fine ultimo cui deve tendere l’azione umana.
Esistono anche sistemi d’impresa che riescono a creare valore
economico, dando lavoro a coloro che in esse svolgono la propria attività
e che in essa sono direttamente coinvolti, e che hanno come fine ultimo
non quello di distribuire gli utili ma di investire gli stessi nell’attività
dell’impresa stessa, che ha finalità sociali e di produrre
esternalità positive per le comunità in cui essa opera.
Sono molti gli esempi citabili, ma forse quello che più di
ogni altro mostra la sostenibilità e il successo di tali progetti
è rappresentato dall’esperienza di Muhammad Yunus(4),
ideatore del microcredito e di molte iniziative di “impresa
sociale”(5).
(4)
Cfr. http://www.muhammadyunus.org/
(5)
Per la disciplina giuridica italiana relativa all’impresa
sociale, cfr. il D. Lgs. 24 marzo 2006, n. 155 recante la "Disciplina
dell'impresa sociale,a norma della legge 13 giugno 2005, n.
118". |
Non si tratta, tuttavia, solo di porre rimedio a ciò a cui
la “mano invisibile” non presta attenzione, tramite un
rafforzamento del welfare. Si tratta di porre innanzitutto le premesse
per un sistema economico autosufficiente e, primariamente, di creare
la ricchezza necessaria al funzionamento di qualunque meccanismo assistenziale
si voglia porre in essere.
La storia ci insegna che l’uomo più forte ha sempre sopraffatto
il più debole, che lo sfruttamento delle risorse ha avvantaggiato
colui che per primo vi accedeva, imponendo le proprie condizioni.
Guerre, colonizzazioni, interessi economici particolari hanno caratterizzato
il comportamento dell’uomo e si sono succeduti nel corso dei
secoli, determinando una costante ricerca del profitto, della sicurezza
e della prevalenza sugli interessi altrui. Sopraffare per non essere
sopraffatti.
L’oggetto delle brame degli Stati è stato sempre l’accesso
alle risorse del pianeta, che sono quindi la base dal quale deve partire
qualunque ragionamento di riforma.
Oggi, dinanzi alla crisi economica devastante che sta sovvertendo
il sistema economico globale, dinanzi alla crisi energetica che ha
portato il petrolio a sfiorare i 150 dollari al barile nel corso del
2008 e dinanzi alle conseguenze del riscaldamento globale che minaccia
l’esistenza stessa dell’uomo, occorre riflettere in maniera
seria sul modello di sviluppo da intraprendere, posto che risulta
ormai palese il fallimento delle scelte adottate nel passato, al fine
di iniziare a percorrere la transizione verso un nuovo sistema socio-economico.
La terza rivoluzione industriale
La soluzione prospettata da molti, esposta e oggetto di dibattito
sui giornali, nei forum su internet e nei discorsi pronunciati dalla
maggioranza dei politici a livello globale è quella di spostare
l’attuale sistema economico verso un modello autosufficiente,
basato sull’efficienza energetica, le energie rinnovabili e
la progressiva, rapida, riduzione delle emissioni dei gas serra.
Tale soluzione era già stata anticipata da Jeremy Rifkin, il
quale in un libro(6)
che potrebbe essere quasi definito profetico, aveva anticipato, sin
dagli anni ’80, molto di quanto sta accadendo oggi.
| (6)
Jeremy Rifkin, Entropia, ult. ed., 2004. |
In sostanza, il principio sostenuto dall’autore, che poi altro
non è che l’applicazione delle leggi della termodinamica,
è che la materia e l’energia nell’universo sono
costanti. Esse quindi non possono essere create o distrutte, può
solo essere cambiata la loro forma.
Materia ed energia, infatti, si possono modificare in una sola direzione,
da forme utilizzabili o disponibili a forme non più utilizzabili
o indisponibili. Ogni processo umano utilizza energia e tale energia
è destinata a non essere più disponibile, andando ad
aumentare l’entropia nell’universo.
Ciò è quanto è sempre accaduto nell’evoluzione
dell’uomo, si tratta di un processo inesorabile che passa per
progressivi stadi: diminuiscono le risorse, aumentano i consumi e
il gioco non funziona più.
Siamo oggi dinanzi ad uno di questi stadi di cambiamento, che Rifkin
definisce “spartiacque entropici”: il modello di sviluppo
economico attuale e i mezzi dai quali esso trae il proprio sostentamento
sono all’apice del proprio percorso ed utilizzo. E’ necessario
quindi un cambiamento.
Come l'introduzione del motore a vapore nel Diciannovesimo secolo,
della locomotiva e delle reti ferroviarie contrassegnarono l'avvento
dell'era del carbone e della prima rivoluzione industriale, così
l'introduzione del motore a combustione interna e l'inaugurazione
di una infrastruttura di reti autostradali contrassegnarono nel Ventesimo
secolo l'inizio dell'era petrolifera e della seconda rivoluzione industriale.
Secondo l’economista, oggi è necessaria la costruzione
delle infrastrutture indispensabili per la terza rivoluzione industriale,
verso la sostenibilità e un uso razionale dell’energia.
Le infrastrutture necessarie alla transizione consistono in reti elettriche
integrate intelligenti, che siano basate su molteplici punti di produzione
di energia che sostituiscano l’attuale sistema concentrato in
pochi grandi centri di produzione, peraltro inefficienti anche dal
punto di vista della sicurezza e continuità delle forniture.
La base della produzione elettrica dovrebbe derivare dalla conversione
di milioni di edifici commerciali e residenziali in autentici impianti
energetici, interconnessi con la rete, che forniscano energia, immagazzinata
ove in eccedenza e ridistribuita all’occorrenza, lungo la rete
stessa.
In sostanza, la terza rivoluzione industriale porterebbe verso una
nuova era di condivisione di risorse, in virtù della quale
milioni di proprietari di casa e di aziende esistenti e nuove diventeranno
produttori di energia.
In tale ottica, sebbene ad emissioni zero per quanto riguarda i gas
ad effetto serra, risulterebbe completamente esclusa l’opzione
di produrre l’energia tramite centrali nucleari. Calcolando
l’energia ed i costi necessari per la loro costruzione, il loro
mantenimento e le spese per la costruzione di depositi per lo stoccaggio
delle scorie radioattive (senza contare che l’uranio non è
una fonte rinnovabile e anch’essa è in via di esaurimento,
oltre ad essere detenuta da pochi paesi nel mondo), la quantità
di energia potenzialmente prodotta sarebbe comunque nettamente inferiore
a quella consumata per il processo produttivo.
Il passaggio ad un sistema energetico fortemente basato sulle fonti
rinnovabili, sostenuto da ingenti investimenti pubblici e privati,
permetterebbe la creazione di milioni di posti di lavoro a livello
globale, riconvertendo al tempo stesso settori industriali fortemente
in crisi, come quello automobilistico. Gli investimenti in ricerca
e sviluppo nel settore dell’efficienza energetica, nello studio
di nuovi materiali, processi industriali e tecnologie, avrebbero ricadute
sull’intero sistema economico, dando vita ad una nuova rivoluzione
tecnologica e contrastando il surriscaldamento globale.
In sostanza, la ricetta per uscire dalla crisi è sempre la
stessa: al pari di quanto avvenuto nella crisi del ’29, una
politica economica di tipo keynesiano, con ingenti investimenti pubblici,
rimetterebbe in moto l’economia.
Il punto fondamentale è di orientare le scarse risorse finanziarie
disponibili verso l’obiettivo di creare un sistema che permetta
lo sviluppo di condizioni di vita favorevoli e stabili.
Soluzioni
Nel documento “Green Investing – Towards a Clean Energy
Infrastructure” pubblicato nel mese di gennaio 2009 dal World
Economic Forum si sostiene l’indispensabilità, nel contrastare
l’attuale crisi economica senza distruggere le risorse finanziarie
necessarie al sostentamento dei bilanci pubblici nazionali, di indirizzare
gli investimenti degli stati verso la risoluzione delle due maggiori
problematiche odierne: l’approvvigionamento energetico e i cambiamenti
climatici.
L’attuale produzione di energia mondiale genera il 60% della
quantità di CO2 immessa nell’atmosfera. Solo una completa
ristrutturazione delle infrastrutture energetiche può contrastare
l’attuale trend.
L’International Energy Agency’s World Energy Outlook del
2008 stima che sia necessario investire ogni anno tra oggi e il 2030
circa 550 miliardi di dollari in energie rinnovabili ed efficienza
energetica(7).
(7)
Lo studio “How the World Should Invest in Energy Efficiency”
pubblicato nel luglio del 2008 dal McKinsey Global Institute
–
Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), afferma che
vi siano possibilità di investimento in progetti di efficienza
energetica, in particolare nelle economie in via di sviluppo,
per circa 170 miliardi di dollari all’anno, con percentuali
medie di ritorno sull’investimento del 17%. |
Si tratta di somme enormi che vanno al di là di qualunque budget
statale e che pertanto presuppongono sforzi condivisi a livello globale.
Molti sono i progetti in energie rinnovabili portati a termine e molti
sono in corso di realizzazione. La sostanziale interazione tra il
settore pubblico, con incentivi all’utilizzo di determinate
tecnologie e il sostegno al prezzo dell’energia prodotta mediante
fonti rinnovabili(8)
ha fortemente incrementato la propensione degli investitori privati
verso il settore delle energie “pulite”.
| (8)
Per quanto concerne l’energia prodotta mediante
il fotovoltaico, in Italia vige il cd. “conto energia”,
previsto dal Decreto del Ministero dello Sviluppo Economico
e del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio
e del Mare del 19/02/07, in base al quale il gestore della rete
elettrica nazionale (GSE) premia con tariffe incentivate l’energia
prodotta mediante impianti fotovoltaici, per un periodo di venti
anni. |
Tuttavia, l’attuale proporzione di energia prodotta mediante
fonti rinnovabili rispetto a quella generata mediante l’utilizzo
di combustibili fossili è ancora particolarmente ridotta e
sicuramente non in linea con le esigenze sopra esposte. Rimane infatti
ancora forte il disincentivo all’investimento dovuto ai costi
ancora non competitivi delle fonti rinnovabili rispetto al costo dell’energia
prodotta mediante l’uso
del petrolio e del carbone.
Sebbene il WilderHill New Energy Global Innovation Index (NEX), che
misura le performance economiche delle 90 maggiori aziende a livello
mondiale che operano, in diversi mercati, nel settore
delle energie rinnovabili, evidenzi la circostanza che negli ultimi
6 anni tale settore è cresciuto del 75% con una percentuale
di ritorno dell’investimento del 9.8% - percentuali non comparabili
con alcuno degli altri indici di mercato - l’attuale fase di
stretta sul credito e l’abbassamento del prezzo del petrolio
hanno diminuito fortemente la percentuale dei nuovi investimenti.
E’ ancora necessario quindi il supporto pubblico per l’incentivazione
degli investimenti privati.
Va certamente nella corretta direzione l’attuale riduzione a
livello globale dei tassi d’interesse, ma rimane irrinunciabile
una decisa politica fiscale che preveda investimenti in infrastrutture
e ricerca, creando nuovi posti di lavoro per ingegneri, tecnici, ricercatori
e operai dei cantieri che saranno posti in essere.
Dalla riqualificazione in termini di efficienza energetica degli edifici
pubblici, al sostegno della ricerca in materia automobilistica al
fine di sviluppare auto elettriche o tecnologie ibride e di tecnologie
di produzione energetica, alla creazione di un sistema di trasposti
pubblici efficiente ed alimentato elettricamente, sino ad un modello
di riciclo dei rifiuti che riesca a riutilizzare praticamente tutti
i materiali di scarto: molte sono le possibili politiche perseguibili
a livello pubblico.
Occorre altresì tenere conto che, mediamente, il settore pubblico,
nelle economie sviluppate, muove una percentuale variabile tra il
35% e il 45% dell’economia: ciò potrebbe costituire un
incentivo all’innovazione e all’investimento da parte
di investitori privati, qualora si prevedesse una certa misura di
acquisti garantiti dal settore pubblico, che costituirebbe pertanto
un mercato rilevante.
Non da ultimo, la semplificazione normativa a livello nazionale e
l’uniformità di procedure autorizzative e regolamentari
a livello regionale e di enti locali, nonché la creazione di
sistemi di incentivazione chiari e definiti nel tempo, fornirebbero
il quadro all’interno del quale guidare gli investimenti privati,
rendendo i processi di investimento e realizzazione degli impianti
efficienti e privi di inutili appesantimenti burocratici.
Oltre agli incentivi statali, agli investimenti privati e alla creazione
di infrastrutture dal parte degli stati stessi, rimane fondamentale,
almeno nel lungo periodo e nell’ottica del livellamento dei
costi di produzione tra energie prodotte da fonti rinnovabili ed energie
derivanti dai combustibili fossili, lo sviluppo dei cd. carbon markets.
Tali mercati si basano sull’attribuzione di un prezzo alle emissioni
di gas a effetto serra.
In sostanza, essi hanno ad oggetto la commercializzazione del diritto
ad emettere gas ad effetto serra: coloro che possono ridurre facilmente
le proprie emissioni hanno l’incentivo a farlo, potendo “vendere”
le proprie quote ai soggetti interessati. I principali mercati sono
quello europeo (European Union Greenhouse Gas Emissions Trading Scheme
– EU ETS) e il meccanismo previsto dal Protocollo di Kyoto,
nell’ambito del quale i governi, per rispettare gli impegni
assunti, possono sviluppare, alternativamente o cumulativamente, dei
progetti in paesi in via di sviluppo (Clean Development Mechanism)
o nei paesi sviluppati (Joint Implementation Mechanism), ottenendo
dei crediti (Certified Emissions Reductions) valevoli a diminuire
la propria percentuale di gas ad effetto serra emessi in
termini assoluti.
Per quanto riguarda il protocollo di Kyoto, il principale problema,
al momento, è l’incertezza circa il suo futuro. Il protocollo
di Kyoto scade nel 2012 e a Copenhagen nel mese di dicembre 2009 è
previsto il negoziato per il suo rinnovo.
Il sistema europeo, al contrario, è stabile e stabili sono
gli impegni assunti dagli Stati membri dell’Unione, che hanno
assunto l’obbligo, entro il 2020, di ridurre del 20%, rispetto
ai livelli del 1990, l’emissione di gas ad effetto serra, di
aumentare al 20% la produzione nazionale di energia derivante da fonti
rinnovabili e di migliorare del 20% l’efficienza energetica,
rispetto al consumo totale di energia.
Un altro meccanismo per imporre un prezzo alle emissioni e così
disincentivarle, oltre che innestare meccanismi virtuosi di riconversione
dell’economia, potrebbe essere, come suggerito da Lester R.
Brown(9),
fondatore e presidente dell’Earth Policy Institute, quello di
spostare la tassazione dal lavoro alle attività inquinanti
e distruttive dell’ambiente.
(9)
Cfr. altresì, Lester R. Brown, Plan B 3.0: Mobilizing
to Save civilization, 2009
(http://www.earth-policy.org/Books/PB3/index.htm). |
Ad esempio, si potrebbe stimare il valore di un albero in termini
di servizi resi, come l’assorbimento dell’anidride carbonica,
il controllo delle inondazioni o delle slavine in montagna: tutti
costi indiretti da aggiungere al costo del legname. Diventerebbe così
economicamente vantaggioso riciclare. Occorre infatti ragionare, nel
valutare i costi dell’investimento pubblico, su quali siano
i benefici in termini assoluti dell’investimento medesimo. Non
è in gioco infatti la sola indipendenza energetica o lo stimolo
necessario ad uscire dalla crisi economica attuale. Vi sono effetti
indiretti “virtuosi” derivanti da un investimento nelle
energie pulite e dalla conseguente riduzione dell’inquinamento
e del riscaldamento globale.
Quanto costa il passaggio di un uragano? Quanto costa un’inondazione?
Quanto costa la progressiva desertificazione? A quanto ammontano le
spese sanitarie per una popolazione che si ammala sempre di più?
Cinicamente, al di là di qualunque visione utopica di un mondo
perfetto, pulito e felice, ai governi basterebbe fare una valutazione
seria sulla comparazione di costi e benefici di un certo tipo di investimenti,
per trarre le proprie conclusioni.
Conclusione e inizio
Il tentativo di rivitalizzare una bolla che ormai è collassata,
mediante incentivi al mercato automobilistico e una spesa indirizzata
alla costruzione di infrastrutture di vecchia generazione, che non
tengano conto dei cambiamenti climatici in corso, la costruzione di
nuove centrali basate su combustibili fossili o peggio ancora, nucleari,
potrebbero costituire un palliativo momentaneo per l’attuale
situazione economica, che tuttavia disperderebbe le poche risorse
finanziarie disponibili.
Quando l’economia ripartirà, avremo di nuovo i paesi
emergenti, la Cina in testa, che assorbiranno risorse, riportando
il prezzo del petrolio ai livelli dell’estate del 2008. Allora
forse sarà economicamente vantaggioso produrre energia da fonti
rinnovabili, anche senza gli incentivi statali, ma avremo perso un’occasione
preziosa per apportare i cambiamenti necessari alla sopravvivenza
delle nostre famiglie e avremo disperso risorse preziose per sostenere
ulteriormente un modello di sviluppo che è già morto.
Il recente discorso del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama(10)
e gli ultimi dati sugli stanziamenti del governo federale statunitense(11)
pongono le premesse per i nuovi investimenti necessari, ma nulla può
essere fatto se non a fattor comune.
Sembra, tuttavia, che non vi sia condivisione di vedute con l’altro
principale produttore di CO2 a livello mondiale: la Cina(12).
Il vice ministro dell'Ambiente Pan Yue ai margini della recente Conferenza
Consultiva Politica del Popolo Cinese, organo di supervisione i cui
incontri annuali si tengono in parallelo al Congresso Nazionale del
Popolo - il più alto organo del potere statale in Cina -, ha
affermato che il progetto sul PIL verde - progetto varato nel 2004
con l'obiettivo di stimare il prezzo pagato dalla Cina sul fronte
ambientale in cambio dello sviluppo economico e di contenere le emissioni
inquinanti - è stato cancellato e non verrà ripreso
in tempo brevi. Secondo l'unico dei
rapporti sul progetto reso pubblico, quello del 2006, solo nel 2004
i costi dell'inquinamento si sarebbero aggirati intorno ai 510 miliardi
di yuan (pari a quasi 60 miliardi di euro), circa il 3% del PIL cinese.
Si tratta, all’evidenza, di costi che avrebbero potuto essere
limitati, liberando risorse indirizzabili altrimenti.
(10)
Remarks on Jobs, Energy Independence, and Climate Change,
East Room of the White House, January 26, 2009.
(11)
Il budget stanziato per promuovere le energie pulite
e una maggiore efficienza energetica ammonta nel complesso a
55 miliardi di dollarifra finanziamenti e incentivi fiscali
e darà lavoro a 3,5 milioni di persone, di cui il 90%
nel settore privato.
(12)
Sulla necessaria cooperazione tra Stati Uniti e Cina
in materia energetica e di cambiamenti climatici, vedi “Common
Challenge,Collaborative Response. A Roadmap for U.S.-China Cooperation
on Energy and Climate Change” pubblicato nel mese di gennaio
2009 dallaAsia Society e dal Pew Center on Global Climate Change. |
La nostra, che aspira ad essere la generazione della terza rivoluzione
industriale, e che spera di riuscire a condividere questo piccolo
mondo fatto di spazio e tempo indissolubilmente uniti, intravede un
possibile futuro, basato tuttavia su presupposti totalmente differenti
da quelli dell’era petrolifera, la quale volge rapidamente verso
la propria conclusione.
Spetta a coloro che sono il frutto dell’era petrolifera e del
profitto fine a se stesso, e che da essa hanno tratto sino ad ora
grandi benefici, comprendere che dalle scelte di oggi dipende molto
di quello che accadrà nel prossimo futuro.
Il modello di sviluppo da molti atteso presuppone non più una
infinita crescita dei consumi, impossibile nel lungo periodo, quanto
piuttosto la conservazione delle risorse disponibili e un loro efficiente
sfruttamento e riutilizzazione. In termini economici si tratta di
raggiungere una stabilizzazione o, meglio, decrescita nei consumi,
che verrebbero compensati dall’efficientamento dei livelli attuali.
A ciò non corrisponderebbe, come invece ci hanno insegnato,
una diminuzione del benessere collettivo. L’economia e il benessere
infatti sarebbero sostenuti dalla creazione di nuovi settori industriali
e nuovi posti di lavoro, investendo in un’economia che inneschi
un nuovo ciclo economico virtuoso, con esternalità positive
per tutti. |
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