Post-Covid restart in the United Kingdom

Immaginare come sarà la ripartenza nel Regno Unito, durante una pandemia senza precedenti è difficile. Il Paese ha raggiunto il triste primato in Europa per numero di morti a causa del Coronavirus. Londra è stata, nei primi due mesi della crisi, una città semi-deserta: nessuna auto e tanti lavoratori in smart working diventati runners per l’occasione. Nella City, quartiere di soli uffici, la situazione era ancora peggiore: l’assenza totale dei lavoratori ha fatto sì che tutte le attività presenti, anche le grandi catene di supermercati che sarebbero dovute rimanere aperte per consentire ai pochi presenti – tra cui il sottoscritto – di approvvigiornarsi, hanno invece chiuso. 
 
Per venire incontro alle imprese, il Governo ha previsto degli schemi di sostegno al reddito per i lavoratori (80% dello stipendio) e la sospensione fino a tre mesi dei mutui. Ad aprile il 75% delle aziende ha dovuto lasciare a casa dipendenti, mentre solo il 5% del totale ha dichiarato lo stesso fatturato (o maggiore). L’Istituto nazionale di statistica ha rilevato una contrazione del PIL del 2% nel primo trimestre. Se si pensa che il Regno Unito ha introdotto limitazioni alle attività produttive più tardi rispetto ad altri Paesi (dalla seconda metà di marzo) e il lockdown è iniziato l’ultima settimana del mese, le previsioni non possono essere rosee. E difatti la Banca d’Inghilterra prevede quest’anno un calo del 14% del PIL. 
Già ora sono allo studio incentivi per le imprese che sopravviveranno alla crisi, con il conseguente dibattito sulla possibile maggior presenza dello Stato nell’economia (per le aziende più grandi) in un Paese dove gli spiriti liberali sono presenti da più a lungo rispetto al nostro Paese.
 
La cosiddetta Fase 2 nel Regno Unito ha sostanzialmente previsto a giugno la riapertura delle aziende che non possono svolgere le attività da casa (es. edilizia), ma possono garantire la sicurezza dei lavoratori. Una società come quella britannica non vede l’ora di ripartire e una città come Londra, con i suoi teatri e musei, ma anche hub finanziario, ancora di più. 
Tuttavia, alcuni cambiamenti intervenuti durante la pandemia, sia nelle abitudini personali, sia in quelle lavorative, potrebbero permanere anche quando si tornerà alla cd. normalità. Ad esempio lo smart-working, già in uso nel Regno Unito, sarà sicuramente ancor più utilizzato dalle aziende. 
Durante questi mesi, e chissà per quanto tempo, sarebbe preferibile evitare di prendere i mezzi di trasporto pubblico – preferendo bici, auto o andando a piedi – dato il numero medio di passeggeri giornalieri (5 milioni di persone per la sola metro di Londra) e la difficoltà a “sanificare” tali ambienti (più di 45 autisti di bus sono morti causa Covid). Inoltre, l’uso delle mascherine (il cui concetto qui è esteso alle “face coverings”), non è diventata una consuetudine come in Italia (solo dal 15 giugno sono obbligatorie per accedere ai mezzi pubblici e dal 24 luglio per entrare nei negozi). Date queste premesse,  lo smart working diventerà nella fase di ripartenza una scelta quasi obbligata per chi può lavorare da casa. 
Ciò avrà conseguenze, solo per citare alcuni esempi, dal punto di vista ambientale: i tantissimi pendolari giornalieri, che non abitano in città, utilizzeranno l’automobile, magari in car sharing, o preferiranno la bicicletta per lunghi tragitti? Anche il mercato immobiliare subirà delle conseguenze: in una città già molto cara, le aziende e gli studi legali necessiteranno di meno spazio perché più dipendenti rimarranno a casa o di più spazio perchè si tornerà in ufficio e ogni dipendente dovrà mantenere il distanziamento sociale?
Le tante variabili presenti in questa fase, di cui solo alcune qui citate, si aggiungono a quelle, quasi dimenticate, presenti prima della pandemia, ma ora riemerse con la ripresa dei negoziati Brexit tra UK e UE. Anche per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea il tempo è un fattore rilevante e la pausa negoziale dovuta al Coronavirus ha ridotto ancor di più le possibilità che si possa trovare un accordo sulle principali questioni. La crisi economica generata dalla crisi sanitaria, cui si sovrappone l’incertezza politica legata alla risoluzione dei dossier Brexit (o l’ipotesi di un “no deal scenario”), pone il Governo britannico in seria difficoltà. La posizione ufficiale prosegue nel non ritenere necessaria una proroga del periodo transitorio, anche perchè, proprio in un momento di crisi, il Regno Unito si troverebbe con le mani libere per concludere accordi commerciali con il resto del mondo (essendo, fino ad ora, una competenza di Bruxelles). I detrattori della Brexit sostengono al contrario che una prosecuzione alla partecipazione al mercato comune sia da preferire almeno in questa fase d’incertezza economica, al fine di garantire una maggiore libertà di movimento delle merci, sia in ingresso che in uscita. 
 
Per tornare dove abbiamo cominciato, il Regno Unito è il Paese europeo più colpito dall’emergenza Covid-19. E Londra in particolare: la metropoli dovrà reinventarsi per favorire i nuovi comportamenti post pandemia. Più in generale, questa delicata situazione e le scadenze relative alla Brexit potrebbero indurre il Governo a rivedere le proprie posizioni in ambito economico in un senso più interventista. 

Francesco De Angelis, Chapter Leader Londra
Le opinioni sono espresse a titolo personale e non sono riconducibili al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale

° ° ° 

Let’s stop to imagine the United Kingdom, and how it will reboot in a post-pandemic era. The UK became the number one country in Europe in Coronavirus deaths. London, during the first two months of the crisis was semi-deserted: with no cars and a vast many employees working from home. In the City, the financial district almost entirely made up of offices, the situation was even worse: No people coming and going, and all of the businesses orbiting the district including supermarket chains – and which should have stayed open to serve the few customers around, myself included – shut down completely.

To assist businesses impacted, the Government put in place a system to provide benefits for all workers (amounting to 80% of wages) along with the suspension – for three months – of mortgage payments. By April, 75% of companies had furloughed their staff, while only 5% declared their sales stable or higher. The national institute for statistics revealed a contraction of 2% of GDP in the first trimester. When one takes into consideration that the UK implemented severe restraints in business activity later than other countries (starting in the second half of March), with lockdown beginning only in the last week of March, any forecasts would be less than rosy. The Bank of England, in fact, is forecasting a 14% decline in GDP for the year.

They are already evaluating incentives for businesses that may survive the crisis, catalysing the natural debates over the hand of the State in the economy (for the largest companies) in a country where liberal spirits have oft-reigned longer than here in Italy.

As the UK entered its so-called Phase 2 of reopening starting in June, firms that could not rely on remote working (such as construction) could reopen, provided workers’ safety was secured. A society like Britain’s couldn’t wait to reopen, especially in a place like London, with its theatres and museums, but also its financial hub and all that surrounds it.

Nonetheless, some changes needed to be made as a result of the pandemic, both in terms of personal habits as well as those in the work world, even after we return to “normalcy”. Remote working, for one, will probably be relied upon even more by British companies.

Over the next few months and who knows how far into the future, it’s advisable to avoid taking public transport – relying instead upon bicycles, cars or on foot – given that the average number of daily passengers (pre-Covid), clocks in at 5 million on the Underground alone. The difficulty to sterilize metro cars is underscored by the 45 bus drivers, dead from Covid-19. Face coverings was not accepted by society as a whole as in Italy. In fact, only from June 15 were they mandatory on public transport and from July 24 inside of stores. Given the above, it’s only natural that remote working becomes almost obligatory for those who can do so.

It will impact the environment as well. For example, with so many pedestrians who don’t live in the city center, how many will drive or use car sharing, or bike to work to cover greater distances? Even the real estate market will be affected: In an already expensive city, will companies and law offices need less space to house staff working from home? Or will they require more space for those adhering to social distancing?

With so many variables surrounding this phase of reopening (citing just a few of the multitude of issues), there are also those issues that were boiling up prior to the pandemic: Brexit negotiations at the forefront. Even for their break from the EU, time is a relevant factor. The pause in negotiations due to the Coronavirus means that an eventual accord on main issues may not be forthcoming. The economic crisis generated by the health crisis is complicated further by the political incertainty tied to Brexit, or its “no deal scenario”; meaning the British government poses an even greater challenge. Official stances signal that no delays in the transition period will be allowed, primarily because, at the onset of a crisis, the UK would find itself with a free hand to negotiate commercial contracts with the rest of the world (one of Brussels’ main responsibilities). Brexit detractors sustain that, on the contrary, now more than ever is a common market essential, at least during these trying times. This, to guarantee a greater freedom of movement of merchandise, both to and from the country.

Returning to where we started, the United Kingdom is the hardest hit country for Covid-19, especially London. The metropolis must reinvent itself to instill new behaviors post-pandemic. Generally speaking, this delicate situation and the relative deadlines for Brexit, could induce the Government to review all its positions in terms of the economy, especially as becoming more interventionist than before.

Francesco De Angelis, Chapter Leader – London 

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